Quest’ultima è stata una settimana particolarmente pesante sotto molti punti di vista.
Innanzitutto martedì ho avuto un incontro con i due primari, il cosiddetto “Standortbestimmungsgespräch” (“colloquio di valutazione della performance lavorativa”).
Ogni tre mesi circa, i Primari parlano con i vari dipendenti e valutano le loro opinioni riguardo al posto di lavoro. Mi hanno chiesto come sta andando in ospedale, se quello che faccio mi soddisfa e se ho avuto difficoltà o problemi vari. Mi è stato detto abbastanza chiaramente che in caso di situazioni gravi, quali casi di mobbing o lo “Stress lavoro correlato” (meglio noto come “Sindrome del burnout”), questi devono essere immediatamente segnalati ai Primari per poter prendere i provvedimenti necessari.
Naturalmente il discorso ha preso poi una direzione di più ampio respiro, mettendo in primo piano gli obiettivi a breve termine previsti (nel mio caso, cominciare i turni notturni) e se c’è qualcosa che potrebbe essere migliorato. Volevano inoltre pareri su determinate vicende accadute recentemente e, infine, se avevo richieste da fare.

A seguito del colloquio, ne è venuto fuori che:
- Sono diventato uno dei responsabili della gestione del pronto soccorso, o come dicono qui “L’uomo dai Tre Telefonini”. In tal modo potrò migliorare ancora di più le mie capacità chirurgiche ma anche quelle gestionali, aspetto molto importante in caso di emergenze vere e proprie;
- Mi sono iscritto ad un corso base di ecografia dell’addome e torace, necessario per affrontare le diverse criticità;
- Ho preso un po’ di ferie a fine aprile, per poter affrontare al meglio i successivi tre mesi! 😀
In sostanza, sono aumentate sia le responsabilità che il carico di stress.
A tutto ciò si deve aggiungere anche un episodio che mi ha particolarmente scosso.
In pronto soccorso abbiamo un raccoglitore, in cui vengono inseriti i fogli dei pazienti appena arrivati da un lato e quelli dei pazienti “in lavorazione” dall’altro. Come sempre, vado a vedere cosa c’è di nuovo e leggo su un documento “Valeria Claudia Giulia, donna, 19 anni, ferita da taglio”. In un primo momento, mi sembrava il solito caso di paziente che si è tagliata sul posto di lavoro o sbucciando una mela.
Purtroppo non era così.
Appena ho chiesto alla ragazza di prepararsi per la visita, ho visto non solo due ferite fresche su un braccio, ma decine di tante vecchie ferite su entrambi gli arti e le gambe. Per non parlare delle bruciature di sigaretta.
Anche in Italia mi era capitato di visitare persone che avevano tentato il suicidio e con ferite anche molto più gravi, ma vedere il corpo martoriato di quella ragazza che si auto-punisce a causa di gravi problemi psicologici mi ha particolarmente impressionato.
Alla fine della visita, ho fatto del mio meglio per convincere la paziente a farsi aiutare, ma lei era ed è cosciente del suo problema e aveva intenzione di farsi ricoverare. Dopodiché mi ha ringraziato per tutto quello che le ho detto e se n’è andata così com’era venuta.
Quello che le ho detto è molto semplice e chiaro: la vita è dura e difficile ed è così per tutti.
Nulla è semplice purtroppo, ma bisogna andare avanti in un modo o nell’altro.
Forse è vero come dicono alcuni, “pensare di meno e agire di più” o, come sostengono qui, “se ti butti nell’acqua fredda, vedrai che nuoti”.
Io mi sono già buttato. L’acqua è fredda, ma sono a metà del guado.
Gian Marco