Ieri si è svolta la festa di addio (die Abschiedsfeier) ad un collega che ha terminato il suo ciclo lavorativo da noi e che si trasferirà nel primo ospedale in cui è stato per terminare la specializzazione.
È tutto nato assolutamente per caso: il collega mi aveva raccontato tempo fa che l’unico invito a mangiare fuori – in tanti anni vissuti in Germania – lo aveva ricevuto una volta sola da un collega cinese a Monaco!
Dopo aver sentito questa confidenza, ho subito deciso insieme agli altri colleghi di organizzare qualcosa. Niente di eccezionale, ma serviva a rendere l’addio per noi – e soprattutto per lui – meno amaro. Dopo due anni passati “in trincea” e averne viste di tutti i colori, credo che si meritasse di essere salutato in modo più che dignitoso.
In questo contesto, c’erano diverse condizioni personali:
- Una collega di origine nepalese che quotidianamente in reparto fa sempre del suo meglio, ma tira sempre fino a tardi perché poi alla fine della giornata è a casa da sola;
- Il collega greco, che ogni due fine settimana deve tornare a “casa” dalla compagna che non si vuole trasferire qui dove lui lavora. Quindi anche lui dal lunedì al venerdì è da solo;
- L’infermiera mezza inglese e mezza tedesca che fa due lavori e perciò ha sempre pochissimo tempo da dedicare alla propria vita personale;
Da aggiungere poi alla lista ci sono altre circostanze che conosco e si possono così generalizzare:
- ci sono molti colleghi che si sono sposati, ma che poi puntualizzano: “non sopravvalutiamo la cosa, l’ho fatto per motivi fiscali”(?);
- ci sono quei colleghi che, con alti e bassi, gestiscono relazioni a distanza;
- infine ci sono quelli che, siccome sono pieni di “turni no limits” e Nachtdienste, vivono la propria vita fra una guardia e un’altra perché poi a casa ci si va solo per mangiare e dormire.
Questo tipo di situazioni mi hanno fatto molto riflettere, soprattutto per capire in che tipo di società ci troviamo e verso dove ci stiamo proiettando.
Attualmente noto che ci sono diversi “giovani vecchi”, molto stressati e provati da una vita che li rende “soli” – nel senso stretto del termine, la solitudine è un’altra cosa – e la cosa drammatica è che ciò vale anche per chi si trova in una relazione o addirittura è sposato. Questo può portare ad un “imbruttimento”, ad una povertà d’animo e ad una sorta di nichilismo che ogni giorno osserviamo nella vita quotidiana (vedi la situazione No-Vax).
Nonostante tutto però sono fiducioso, specialmente quando nel quotidiano vedo dei gesti casuali di gentilezza che mi portano davvero a sperare bene!
Gian Marco

Marco quello che tu denunci è purtroppo una cosa grave e spesso sottovalutata. La solitudine delle grandi città, il vortice lavorativo che risucchia la propria vita. Mi piacerebbe essere ottimista come te ma purtroppo non lo so. Secondo me certe società (quelle mediterranee in genere) sono più protette da questo punto di vista. Noto invece che in Scandinavia questo sia un grosso problema, non solo tra gli anziani, ma anche tra i giovani! Il malessere psichico aumenta e la medicalizzazione dello stesso malessere non sempre aiuta, basterebbe un po’ di spontaneità o, come dici tu, un po’ di gentilezza!