Questo è il mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 4 aprile 2019. E’ stato editato con il titolo “Per i medici specializzandi servono più strutture”.
Egregio Direttore,
sono Gian Marco Rizzuti, un giovane medico specializzando in Germania e titolare del blog “Sagen Sie 33”. Le scrivo in merito al dibattito che c’è in corso in Italia sulla situazione del Sistema Sanitario Nazionale, anche in forza all’entrata in vigore della cosiddetta “Quota 100”. Di recente si sente parlare di riassumere medici in pensione per coprire i vuoti in organico o addirittura di fare arrivare medici rumeni e polacchi, come se mancassero i giovani medici italiani. A mio modo di vedere invece, si dovrebbe non solo aumentare il numero delle borse per l’accesso alle specializzazioni e fare in modo di consentire pure a chi non è specializzato di essere assunto. In verità il problema è nato a causa dell’“imbuto” che si è venuto a creare per il fatto che escono dalle nostre università 10 mila medici l’anno e solo 6 mila trovano posto nelle specializzazioni. È lì il problema!
Bisognerebbe accrescere oltretutto il numero dei centri formativi abilitando alla specializzazione, oltre alle strutture legate alle Università, anche gli ospedali regionali, provinciali e zonali, come in Germania.
L’Università italiana, qualunque cosa se ne dica, è valida e riesce a formare tantissimi giovani medici che, mentre in Italia sono costretti a segnare il passo, vengono assunti puntualmente dagli ospedali europei. Come mai?
Trattasi quindi di una vera e propria “regalia” di tanti medici che prima l’Italia forma, peraltro a costi molto alti (sia per lo stato che per le famiglie) e poi li costringe ad andare via a trovare lavoro all’estero, dove sono molto apprezzati, mentre le corsie italiane sono praticamente vuote. È giusto e normale questo stato di cose? Io dico di no. Più che altro sembra una follia!
Voglia quindi la classe politica trovare una soluzione a questo grosso problema che investe la Sanità Italiana e quindi tutti noi! GRAZIE!
Questo servirebbe ad evitare la cosiddetta “fuga di cervelli”, che poi fuga non è, in quanto se la gente trovasse in Italia condizioni di lavoro dignitose rimarrebbe ben volentieri nel Bel Paese senza essere costretti a studiare un’altra lingua, conoscere altri usi e costumi e vivere in altro clima. Ci impegniamo a porre rimedio a questo stato di cose?
Gian Marco Rizzuti
