Racconti dalla Trincea – La Sposa, il Bambino, il Ladro

Spätdienst (15:30 – 08:00)

Come sempre, i turni di notte sono costantemente pieni di sorprese.

Musiche di Ennio Morricone

Durante un normale turno, dato che c’era un momento di tranquillità, stavo ammazzando il tempo portandomi avanti nella scrittura delle lettere di dimissioni (anche se per adesso lavoro fisso al pronto soccorso, le lettere da scrivere sono sempre divise fra tutti gli specializzandi).

All’improvviso sono entrate tre infermiere che scortavano una donna con un bambino in braccio: il piccolino si era scottato la mano in seguito al contatto con una “piastra da fonduta”.

Ovviamente lo abbiamo subito soccorso e solo dopo abbiamo chiesto delucidazioni. Domandandole infatti per quale motivo avesse usato una piastra di sabato pomeriggio ad agosto, la madre mi ha risposto che si trovavano nel momento di servire la fonduta durante un matrimonio.

Guardandola bene, la donna aveva indosso un abito nuziale, molto bello nella sua semplicità. Talmente semplice che nessuno si era accorto che fosse Lei la Sposa! Le abbiamo fatto ovviamente gli auguri e, rincuorandola con il dire che la scottatura del bambino era molto superficiale, se ne è andata con la stessa velocità con cui era arrivata!

…

Capita sovente, soprattutto durante il weekend, di avere a che fare con pazienti ubriachi, di qualsiasi età, nazionalità e sesso. Recentemente uno di questi, un tipo trovato in stato di semi incoscienza davanti ad una banca della città in cui lavoro, viene portato in pronto soccorso dall’ambulanza. Dato che parla arabo, l’infermiera addetta al triage decide che ad occuparsi di lui sia un altro mio collega piuttosto che io.

Passa una mezz’ora.

Mentre io sto visitando un paziente, questo collega entra trafelato nella saletta:

“Hai visto per caso il paziente che è stato portato qui poco qua con il Krankenwagen??”

Io: “No, sono stato sempre qui a fare le visite. Che è successo?”

Lui: “È scappato! L’ho visitato, gli ho inserito un ago cannula per dargli un po’ di fluidi e, dopo aver scritto la lettera, sono uscito dalla saletta perché un’infermiera mi ha chiamato. Mentre parlavo con lei, mi sono tastato e non avevo più addosso il mio smartphone. Ritorno in stanza e non solo non trovo il paziente ma neanche il mio telefonino! Ho tutti i miei contatti lì !!! Come faccio adesso??”

Mi congedo dal paziente che ho appena terminato di visitare e, esaminando di nuovo i fatti, ci dividiamo i compiti: lui chiama la sicurezza interna e la polizia, io invece “seguo le tracce”.

Per fortuna, quando un paziente arriva in ambulanza, i paramedici lasciano sempre un “Einsatz- und Reanimationsprotokoll”, cioè un documento su cui scrivono i dati del paziente, le modalità di soccorso, una breve anamnesi e le sue condizioni.

Subito noto che su questo foglio è riportato sia il suo domicilio che il luogo in cui è stato ritrovato. Usando Google Maps, io e il mio collega consideriamo che entrambi i luoghi sono vicini all’ospedale. Io che sono sul punto di “smontare”, data l’importanza della questione, mi offro di rimanere un po’ di più per coprire il Pronto Soccorso, mentre lui va a cercare il malcapitato.

Finale: il paziente non viene ritrovato (chissà dove si sarà cacciato), ma nel suo domicilio il collega scopre diversa refurtiva, tra cui il suo telefonino.

Homo homini lupus!

Gian Marco

Racconti dalla Trincea – I figli… so’ pezzi ‘e core

Domenica, Spätdienst (15:30 – 08:00). Come sempre, ultimamente.

Appena monto, mi accorgo subito che non è una bella giornata: ci sono tre pazienti che devono essere dimessi, ma nessuno dei miei colleghi ha scritto le Entlassungsbriefe.

Mi metto subito al lavoro e, non appena ho ultimato di stampare le suddette lettere, vengo chiamato in ZNA (“Zentrale Notaufnahme”, cioè il Pronto Soccorso).

Ultimamente i pazienti sono molti di più, complice il parziale “liberi tutti” da parte del governo tedesco.

Devo dire che sono anche diminuiti i pazienti con sintomi riconducibili al Coronavirus, anche se si devono ancora vedere gli effetti del post “Lockdown” anche qui. Staremo a vedere.

In ogni caso, si lavora come sempre senza sosta fino alle 23, allorché riesco ad andare nella stanza di guardia per lavarmi la faccia e rifocillarmi un po’.

Tutto tranquillo fino alle due e trenta, quando vengo chiamato per un “bambino con dolori al braccio”.

Mi rimetto velocemente il camice e nel frattempo il mio sistema nervoso/sistema operativo si riavvia dopo aver dormito mezz’ora scarsa (le infermiere del reparto chiamano sempre e per qualsiasi cosa!).

Entro nella stanza ortopedica e mi sento spiazzato.

Bambino (Bud Spencer) mentre fa il bagno (“Continuavano a chiamarlo Trinità”, 1971)

Il “bambino” era un omone di 2 metri e di circa 30 anni, affetto da autismo e con un braccio spastico a causa di una vecchia lesione. È accompagnato dalla madre, che in confronto a lui sembra una donnina piccolissima.

Proprio lei mi racconta cos’è successo: tutta la sera suo figlio aveva fatto i capricci nel non andare a dormire perché aveva proprio dolore al braccio lesionato.

Facendomi aiutare da lei e dall’infermiera, riusciamo a circoscrivere il dolore alla mano, in particolare proprio alla base. Nonostante la visita e noi persone estranee, l’Omone è molto collaborativo.

Dopo diverse prove e manovre, la parte interessata non risulta dolorante alla pressione o alla percussione.

La madre è basita, perché certa di quello che diceva, ma anche lei ha dovuto constatare il fatto che il figlio non avesse alcunché.

“Senza sapere né leggere né scrivere”, come diciamo da noi in Sicilia, faccio comunque un bendaggio con pomata. Nel mentre l’infermiera di turno, sicuramente troppo stanca e non avendo dormito, ammonisce in maniera un po’ pesante la madre, sostenendo che queste non sono emergenze, che era evidente che il figlio stava facendo i capricci e che in ogni caso poteva aspettare fino all’indomani dove erano presenti tutti i medici, dal Primario in giù.

A quelle parole la madre si sente tremendamente imbarazzata e si mette a piangere.

Ammonendo con lo sguardo l’infermiera, mi avvicino alla signora e le dico: “non si preoccupi, lei non lo poteva sapere, probabilmente suo figlio ha avuto un incubo riguardo l’incidente che ha subito e lei, avendo il dubbio che potesse essere un’altra complicazione, giustamente l’ha portato qui. Per me, quando un problema riguarda i figli, è sempre un’emergenza”.

Allora lei mi guarda e mi rivolge un sorriso “da madre”, uno di quelli che ti scioglie il cuore.

L’infermiera stressata si scusa immediatamente con lei per le parole e il tono usato, ma la madre, da vera signora, la interrompe, dicendo di capire che cosa intendesse dire prima.

Poi ci saluta con affetto e prende sottobraccio il figlio; così ritornano a casa, sperando – credo – che questa volta il suo Omone possa dormire sonni tranquilli.

P.S. ovviamente, in seguito al mio “Sguardo Ammonente”, non vengo più chiamato dalla suddetta infermiera e riesco finalmente a dormire un paio d’ore! 😊 Siccome però “non c’è pace per i dannati”, la notte di veglia continua.

Gian Marco

Racconti dalla Trincea – il vecchio Keglevich

Domenica, Spätdienst (15:30 – 08:00).

Senza aver avuto neppure un momento di pausa a causa dei vari pazienti che si sono schiantati in moto o in bici (qui è molto comune) verso le due arriva con il Rettungsdienst un paziente 80enne.

I colleghi paramedici ci sanno dire molto poco al riguardo: hanno ricevuto una segnalazione dai vicini che il signore era caduto battendo la testa e sono andati a prenderlo per portarlo da noi per accertamenti.

Di più non si sa.

Anzi, sì: il signor Keglevich (chi è esperto di alcolici, sa a che cosa mi riferisco) parla solo russo.

Dopo che i due colleghi se ne sono andati, comincio la solita routine: apro il programma di gestione sanitaria e comincio a visitare il paziente, mentre l’infermiera prova a misurare la temperatura e gli altri parametri vitali.

Il problema è che non solo il tipo parla russo, ma mena! E pure di brutto! E ha una fiatella alcolica che non vi dico!

Proviamo e riproviamo, ma il signor Keglevich non vuole farsi toccare da noi. Decide quindi di mettersi su un fianco e, di colpo, comincia a ronfare sonoramente.

Dato che siamo in periodo di guerra e non ho intenzione di rubare altro tempo ai pazienti che ho già e a quelli che possono arrivare, con solerzia cerchiamo e contattiamo il Betreur (“Tutore legale”) del signor Keglevich, cioè una figura incaricata dal tribunale che fa l’interesse del paziente. Può essere un parente o una persona del tutto estranea alla famiglia, il punto è che decide per lui.

In questo caso è il figlio: è lui che ha chiamato l’ambulanza avvisato dai vicini.

Gli chiediamo di venire immediatamente in pronto soccorso dato che non riusciamo a fare alcun tipo di manovra su suo padre.

Mentre lo aspettiamo, io e l’infermiera che ha il turno di notte con me cerchiamo di smaltire un po’ di roba burocratica di questo e di altri pazienti.

Nel frattempo ci sono state anche un paio di emergenze Covid, che comportano:

  1. Disinfezione personale
  2. Vestizione mia e dell’infermiera
  3. Visita e prelievo di sangue sull’ambulanza
  4. Svestizione
  5. Nuova disinfezione personale
  6. Prenotare al computer una TAC ai polmoni
  7. Inoltrare il paziente al reparto internistico, avvisando al contempo il collega di lì che ha il turno notturno.

Tempo totale: 40 minuti, se si è veloci e non ci sono problemi

Dopo aver finito di aver dimesso l’ennesimo ubriaco, cucito il braccio di un tipo che ha deciso di darsi al bricolage ed essere salito un momento in reparto per inserire un catetere venoso periferico in una paziente senza vene, si palesa finalmente Keglevich Junior.

Nemmeno lui sa cosa sia successo, era stato chiamato dai vicini a causa dei forti odori (!) e dal rumore della caduta.

Col suo aiuto riusciamo finalmente a prendere i parametri principali del padre e a visitarlo: è illeso, nemmeno una contusione o un banale bernoccolo. Probabilmente avrà solo bevuto molto e nell’andare in bagno si è accasciato e si è addormentato per terra (!!!).

Da protocollo, in caso di sospetta commozione cerebrale, il paziente dovrebbe rimanere in osservazione da noi per almeno 24 ore ed essere sottoposto ad altri controlli.

Dato però che:

  • Era completamente illeso e non prendeva anticoagulanti
  • Era abbastanza non cooperativo e molto aggressivo
  • Sia i viceprimari, sia soprattutto le infermiere del reparto non avrebbero voluto avere allettato un paziente simile (i primi per motivi economici e di spazio, le seconde per motivi di convivenza con gli altri pazienti)

dico a Keglevich Junior:

“Lei abita con suo padre?”

KJ: “Sì”

Io: “Bene. Stanotte rimanga con lui. LO SVEGLI OGNI ORA per controllare che stia bene. Se non nota problemi, ottimo. Se dovessero invece sorgere complicazioni di tipo neurologico ad esempio, contatti l’ambulanza e LO INVII AL CENTRO NEUROCHIRURGICO REGIONALE. Ha capito?”

KJ: “O-Ok!”

Firmo al volo la lettera di dimissioni e via, i Keglevich ritornano a casa.

L’infermiera di turno: “Stanotte hai salvato le vite di tutte noi! Cosa possiamo fare per sdebitarci?”

Io: “Le prossime tre ore vorrei dormire, qua per adesso ho finito”.

Lei: “Sarà fatto!”

Vado verso la stanza del chirurgo di guardia.

Entro, mi tolgo le scarpe.

Mi distendo.

Dopo 20 minuti, squilla un telefono. Non è però il mio.

È quello dell’altro collega chirurgico.

Sarà una lunga notte anche per lui.

Gian Marco

L’angolo della posta – I dubbi di Aris

Ricevo e pubblico:

“Ciao, Gian Marco.

Sono una ragazza di un paese vicino alla tua città di nascita. Il mio obiettivo sarebbe proprio fare medicina.

[…] Quello che mi blocca è la situazione tragica del sistema. Ci sono poche specializzazioni per tanti medici e la sanità continua a fare tagli su tagli su tagli. Inoltre, i politici vogliono aumentare i posti della facoltà (forse per obbligare i medici a lavorare in futuro gratis). La situazione è tragica ora, tra 6 anni, se entro, lo sarà molto di più. Ci sarebbe l’estero. Solo che, magari, per quanto io sarò pronto, sarà successo qualcosa con l’UE, o magari la situazione in Germania non sarà più così favorevole.
Che cosa pensi sia giusto fare? Credi che imparando il tedesco, durante questi anni, posso contare sull’avere buone chances di specializzazioni e lavoro in Germania?

[…] In particolare, sulle opportunità di specializzazione in Germania da qui a 6-7 anni. Ho letto che vogliono aumentare i posti di studenti, credi che questo renderà la specializzazione per gli stranieri difficile? E posso andare tranquilla, ed avere la Germania come piano B, in caso qui in Italia le cose si mettano male?

[…] Io sto studiando per il test, ma ho molti dubbi sul futuro: troppi pochi posti in specializzazioni e politici che parlano di aumento numero studenti o abolizione numero chiuso. Volevo sapere com’è la situazione in Germania. Se è abbastanza facile fare una specializzazione in medicina interna (mi hanno detto che è molto competitiva). Se credi diventerà più difficile nei prossimi anni (ho letto un articolo su un aumento dei posti in medicina in Germania).

Grazie, Aris”

posta

Il consiglio che mi sento di darti è quello di seguire le tue passioni. Se il tuo sogno è quello di diventare medico stai tranquilla che uno sbocco lo troverai. Oggi come oggi conoscere una seconda lingua in aggiunta all’inglese è fondamentale e ti permette di aprire molte porte: nel caso specifico col tedesco puoi lavorare, oltre che in Germania, in Svizzera, Austria e credo anche in Lussemburgo. A parte la lingua è importante – ma non fondamentale – creare durante il corso di laurea un curriculum e cercare contatti: i vari Erasmus e le Clinical Clerkship organizzate dalle università e dalle organizzazioni studentesche servono proprio a questo.

La situazione attuale in Germania non è rosea come negli anni passati. Diverse catene di aziende ospedaliere private sono fallite, causando decine di licenziamenti o ricollocamenti; c’è la concorrenza di numerosi colleghi preparati provenienti dalle zone di guerra e, grazie agli sgravi fiscali che comportano, sono avvantaggiati nelle assunzioni; le grandi industrie tedesche (quelle automobilistiche in primis) stanno subendo una brusca battuta di arresto, comportando anche una previsione di decrescita del PIL. È un periodo però di “basso impero” per tutti e nessuno sa cosa accadrà da qui a 10 anni.

Credo che la situazione in Italia non migliorerà da qui a breve. Anche se tu riuscissi a specializzarti in Italia non è detto che tu riesca a trovare subito un posto di lavoro, rischiando di entrare nel limbo della Continuità Assistenziale.

Sulla specializzazione in medicina interna non so dirti moltissimo. So che se non si è schizzinosi sulla grandezza della città un posto si trova. Qualsiasi specializzazione è competitiva, ma un conto è trovare posto in Germania, in cui ci sono 83 milioni di abitanti e migliaia di ospedali con quindi una vasta domanda di assunzione, un altro è trovarlo per esempio in Svizzera (8 milioni di abitanti e meno di una decina di ospedali nel solo cantone italiano) o in Austria (9 milioni) dove la richiesta è più bassa.

Ricorda inoltre che specializzarsi all’estero non è e non deve essere un piano B, ma una valida alternativa e per questo bisogna essere preparati e motivati. Nessuno ti vieta inoltre di specializzarti fuori e tornare successivamente in Italia.

Gian Marco