Medici in cerca di ospedali

Oggi sono stato intervistato dalla trasmissione radiofonica italiana “Uno, nessuno, 100Milan” di Radio 24 (facente parte del gruppo “Il Sole 24 ore”) in merito alla Germania come meta lavorativa e di vita.

Purtroppo l’intervento è durato pochi minuti, ma mi sarebbe piaciuto mettere mettere nero su bianco il perché delle mie scelte.

Fortunatamente ho uno spazio tutto mio per poterlo fare.

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La principale ragione della fuga dei medici all’estero è dovuta principalmente al fatto che ogni anno nelle università italiane si laureano circa 10.000 medici e solo 6000 trovano posto nelle scuole di specializzazione, escludendo naturalmente chi rinuncia per ritentare l’anno successivo.  I 4.000 medici rimanenti, sommati agli altri colleghi che non sono entrati negli anni precedenti, che fanno? Questo è uno dei problemi principali.

Secondo una recente stima fare laureare un medico costa allo stato italiano fra i 150 e i 180.000 euro, dopodiché o si rimane nel limbo della Continuità Assistenziale (leggasi Guardia Medica) e delle sostituzioni, perché senza un titolo specialistico non si può partecipare ai concorsi pubblici diramati dalle ASL territoriali, oppure si emigra verso altri paesi, europei e non, dove c’è carenza di figure mediche.

All’estero la situazione è migliore sia dal punto di vista formativo che economico e di welfare, ma ci sono anche ombre: medici e infermieri che si licenziano a causa del troppo lavoro, episodi di mobbing e di tagli al personale e perfino il fallimento di intere catene di cliniche.

Per evitare che un giovane medico sia costretto ad abbandonare l’Italia bisogna che la classe politica prima di tutto stabilizzi gli attuali precari storici con il tanto desiderato sblocco dei turn over usando magari parte dei fondi destinati al “reddito di cittadinanza”. Inoltre si dovrebbe pensare all’aumento dei posti per le scuole di specializzazione mediche per non far scappare all’estero migliaia di giovani colleghi abilitati ma senza specializzazione rimasti fuori dai concorsi.

In calce il link al podcast della trasmissione. L’intervento mio e del collega Davide Civita è a partire dal minuto 18.

https://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/uno-nessuno-100milan/sogno-tedesco-173147-gSLAXED9pC

Gian Marco

10 consigli ai neospecializzandi in Germania (o a chi si vuole specializzare all’estero)

Ultimamente ricevo molte e-mail e messaggi da colleghi che vivono e lavorano da tempo in Germania. Il contenuto è molto spesso il seguente:

“Sto troppo male e non riesco a andare avanti”

“Mi sento un deficiente, pretendono che sappia già tutto”

“È tutto troppo pesante”

“La lingua è difficile”

“La malinconia mi assale ogni giorno all’improvviso”

“Mollo tutto e apro un bar a Buenos Aires”.

tips and tricks

Un primo assioma. Vivere all’estero non è semplice, per tantissimi motivi.

Ci sono gli stereotipi, il clima, il cibo. C’è anche la lontananza dal luogo natio e dagli affetti.

Per quanto riguarda il primo punto, i pregiudizi ci sono ovunque, ma bisogna saper sfruttare quelli positivi – lavoratori, grande preparazione teorica, simpatia innata – e cercare di annullare quelli negativi – sciupafemmine o ‘fimminàri’, schizzinosi sul mangiare e sul caffè, etc.

Oggi come oggi, grazie a Dio c’è la tecnologia che aiuta a ridurre le distanze (Skype e voli low cost in primis) e permette di accedere ad un numero praticamente infinito di ricette (giallo zafferano rules)!

Secondo assioma. La vita da specializzando è difficilissima OVUNQUE. Credo comunque che si possa migliorare un pochino.

Di conseguenza ho stilato un elenco di consigli in dieci punti che potrebbero fare caso a molti dei colleghi che si accingono ad iniziare la specializzazione nella terra di Goethe.

  • Accettate il vostro ruolo.

Prendetevi un momento e riflettete. Siete Assistenzärzte in Germania. Vi assumete la responsabilità dei pazienti e prendete difficili decisioni mediche ogni santo giorno. Ma ricordate: all’inizio e per molto tempo sarete l’ultima ruota del carro. In ospedale ci sono medici e infermieri che lavorano là da moltissimi anni: siate umili e ascoltate i loro pareri e i loro consigli.

  • Fidatevi del vostro istinto.

Avete studiato per anni su lunghissimi trattati che i colleghi teutonici si spaventano a solo pronunciarli. Due per tutti: il “Gray” e il “Robbins”. Abbiate fiducia in voi stessi e valutate il paziente: “Quali parametri non sono nella norma?”, “Quali potrebbero essere le cause dei sintomi?”. Spesso la prima intuizione è quella giusta. La pratica si può sempre migliorare.

  • “Aiutati che Dio ti aiuta”.

Nessuno si aspetta da voi che sappiate fare tutto da soli dal primo giorno. La domanda da fare in reparto in questi casi è: “come fate voi di solito?”. I reparti sono pieni di protocolli e algoritmi diagnostici e terapeutici di ogni genere. I vostri migliori colloqui li farete con i colleghi più anziani.

  • Chiedere, chiedere, chiedere!

Se avete domande, non esitate a chiedere a chi ne sa più di voi – infermieri, Oberarzt, segretarie – ma cercate di essere chiari e di spiegare bene la situazione. Se il vice-primario è in sala operatoria o è sera tardi e volete chiamare l’Hintergrunddienst Arzt (cioè il medico di sostegno), decidete se è davvero un’urgenza e cercate di riassumere in poche frasi il caso.

  • Avere pazienza con sé stessi.

Capisco che si abbia voglia di imparare e di fare sempre di più, ma ciascuno di noi ha una propria curva di apprendimento. Quindi osservate ciò che fanno gli altri colleghi, prendete appunti e la prossima volta cercate anche voi di effettuare qualche procedura.

  • Le “quotidianità” non sono la fine del mondo.

Ci sarà sempre un paziente che si lamenta, un errore in una lettera, uno scazzo con lo Chef. Si sbaglia, è normale, siamo essere umani. Nonostante alcuni colleghi si credono super uomini, in realtà fanno errori anche loro, solo che li sanno nascondere meglio o, nel caso del primario, con più stile.

  • Non fissarsi troppo con le lettere.

Le lettere sono una croce per tutti, autoctoni e non. Per fortuna su internet si trovano diversi esempi di lettere e i programmi che si usano in ospedale danno dei Muster base per ogni tipo di patologia con cui avrete a che fare. Prima o poi riuscirete anche voi a collezionare delle frasi o capoversi da “copiaincollare” nelle vostre lettere. Siate fiduciosi!

  • Cercate legami.

È il punto più difficile, lo so. Molto spesso i colleghi abitano in altre città o sono sposati e quindi coinvolti in altre faccende. Il mio consiglio è: cercate amicizie al di fuori dell’ospedale! Corsi di lingua, di cucina, di arte…c’è l’imbarazzo della scelta.

  • Nessuna paura delle emergenze.

La nostra più grande paura è quella di far male ad un paziente a causa di una nostra svista o una procedura non fatta correttamente. La realtà è che non è così facile: i capi e i colleghi non ci metteranno mai in questo tipo di condizioni. Poi può capitare che, anche se diamo il massimo di noi stessi, la gente muore senza alcun motivo apparente, ad esempio nel sonno. Abbiamo i nostri limiti.

  •  Pensate a voi stessi.

Ultimo ma non il punto meno importante. Cercate di dormire il più possibile e mangiate sano. I giorni liberi uscite, viaggiate e divertitevi. So che sono banalità, ma è la verità. La vita è già complicata di suo, non c’è bisogno di martirizzarvi ulteriormente. Vogliatevi bene!

Gian Marco

Diversità culturali – la religione

Finalmente dopo due settimane ho avuto un po’ di tempo per scrivere. Dopo aver superato il periodo di prova, mi sono sentito mentalmente più leggero. Questo traguardo che ho raggiunto non mi permette però di dormire sugli allori, anzi sono portato a “dare ancora più gas”, come dicono qui. Come vi dico sempre, qua è come stare in trincea.

Dato che lunedì compirò 30 anni e siccome avevo un weekend libero, ho deciso di passare questi giorni insieme a mio fratello. Lui è stato solo a Berlino e, per motivi puramente logistici, stiamo visitando Monaco di Baviera.

Città molto bella, monumentale (secondo me molto più di Berlino) e dalla qualità di vita molto alta. La Milano della Germania, a mio modo di vedere.

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Sabato visitando la città abbiamo scoperto che si stava svolgendo il Gay Pride, coinvolgendo tutte le vie del centro storico. Continuando il nostro giro turistico, ci siamo nel contempo imbattuti in una contro-manifestazione portata avanti da un gruppo di cattolici.

Lungi da me entrare in un dibattito pro o contro le coppie omosessuali, il mio discorso riguarda ben altro.

La Baviera, si sa, è la regione più cattolica della Germania, ma da un po’ di tempo a questa parte ho notato fra i colleghi tedeschi un maggior concetto di cattolicesimo di quanto io abbia mai osservato in Italia.

Su certi argomenti (Step child adoption, regime alimentare nel periodo della Quaresima, matrimonio) ho notato che c’è, almeno dove sono io, un modo di vedere le cose abbastanza ortodosso, specie sugli argomenti di cui sopra. Molti colleghi, ad esempio, si sono sposati o si sposano appena maggiorenni e “vogliono avere almeno 4 figli”. Altri, invece, se vedono che venerdì mangio un panino con la cotoletta, non dico che mi guardano storto, ma quasi.

Voi direte “beh, certo, lavori in un ospedale cattolico”. In realtà la mia prima Hospitation fu in un ospedale cattolico della Vestfalia e lì la mentalità era ben diversa rispetto a dove sono adesso e certi argomenti non erano tabù come lo sono qua.

Stessa cosa per quanto riguarda il “dress code”. In Vestfalia le infermiere e tirocinanti sembravano appena uscite da una sfilata di “Victoria’s Secret”, qua invece una Famulantin (“ragazza di liceo/università che fa un tirocinio in ospedale”) si “permette” di truccarsi un pochino, le infermiere più anziane cominciano a rimproverare come se non ci fosse un domani.

Contrariamente ad ogni stereotipo che vede noi italiani un popolo profondamente cattolico e legato al Vaticano e al Papa, ho riscontrato che su certe questioni i colleghi tedeschi qui in Baviera – non tutti, sia ben chiaro – sono più “conservatori” rispetto a me e, credetemi, perfino rispetto al rapporto che i colleghi siriani o provenienti dall’Est o dall’Asia minore hanno con la loro religione. D’altra parte Lutero non voleva una chiesa più ortodossa?

Gian Marco

Ambiente lavorativo e vita sociale

Innanzitutto vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno scritto dopo aver pubblicato i primi post. Non credevo di ricevere così tanti messaggi di complimenti e di sostegno!

A tutti loro dico: grazie di cuore, cercherò di continuare così!

Moltissimi mi hanno chiesto com’è l’ambiente lavorativo in Germania, se si riesce a fare facilmente amicizia e se si riesce ad avere una vita sociale al di fuori dell’ospedale.

Per quanto mi riguarda, ho lavorato prima in Vestfalia e ora in Baviera, due delle regioni più ricche e industrializzate dell’intera Europa, e ho avuto due esperienze completamente differenti, sia per quanto riguarda l’ambiente ospedaliero che per le relazioni sociali.

In Vestfalia le persone possono sembrare ad una prima impressione “fredde” e addirittura scontrose; in realtà si comportano con distacco finché non sanno chi hanno davanti e con chi hanno a che fare. Ci vuole un po’ di tempo quindi per “scongelarli”, ma devo dire che appena si “sciolgono” si rivelano i migliori amici che si possano avere!

I ritmi di lavoro però erano molto serrati e più stressanti: gli specializzandi erano già in reparto alle 6:15-30, nessuna pausa caffè e le infermiere non ti semplificavano per niente la vita. Non era ben visto persino sbirciare sul proprio cellulare privato durante il lavoro. I rapporti con i colleghi erano altalenanti. C’era il collega che si limitava al “Buongiorno/Buonasera”, c’era quello che non salutava nemmeno, chi ti faceva la battuta sulla Mafia e su Berlusconi e chi invece nutriva un profondo rispetto per il nostro Paese e la nostra cultura.

Lì però ho trovato una famiglia amica, che mi ha aiutato e mi supporta tuttora, ho fatto diverse amicizie e ho raccolto una quantità enorme di esperienza pratica che mi sta tornando utile!

Sulla Baviera, posso solo raccontare quello che ho visto in queste poche settimane che sono qua.

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Vuoi per il particolare dialetto e saluti (“SERVUS!”), vuoi per l’insita cortesia presente nella gente, l’impressione che sto avendo è che qui le persone sono molto più aperte rispetto ai “Vestfalici”. Lo “scongelamento” che lì è durato più di un mese e mezzo qua invece è stato solo di 4 giorni. I colleghi e le infermiere sono socievolissimi, i primari sono disponibili e sono riusciti a mettermi subito a mio agio! Il ritmo inoltre è abbastanza rilassato: il lavoro vero e proprio inizia in genere alle 8:30-9:00, c’è un ottimo livello di cameratismo fra gli stessi specializzandi e un rapporto abbastanza chiaro e aperto con i primari! Naturalmente qualche collega str**** c’è pure qui, ma pazienza. J

Devo dire inoltre che con i colleghi “Mediterranei” (provenienti dalla Grecia, Spagna, Libia, Egitto, etc.) non ho mai avuto alcun tipo di problema o incomprensione in quanto eravamo sulla stessa lunghezza d’onda su tutto, persino sulla Religione!

Sulla vita sociale c’è poco da dire. All’inizio si esce alle 16 e non si fanno né reperibilità né “Dienst”, cioè le guardie vere e proprie. Con il passare del tempo e dell’esperienza, però, aumenteranno le responsabilità e di conseguenza il tempo che si passa in ospedale, con tutto quello che ne consegue. Credo comunque che con una buona organizzazione si può riuscire ad avere una decente vita sociale. O almeno spero.

Vi terrò aggiornati!

Gian Marco