Ultimamente ricevo molte e-mail e messaggi da colleghi che vivono e lavorano da tempo in Germania. Il contenuto è molto spesso il seguente:
“Sto troppo male e non riesco a andare avanti”
“Mi sento un deficiente, pretendono che sappia già tutto”
“È tutto troppo pesante”
“La lingua è difficile”
“La malinconia mi assale ogni giorno all’improvviso”
“Mollo tutto e apro un bar a Buenos Aires”.

Un primo assioma. Vivere all’estero non è semplice, per tantissimi motivi.
Ci sono gli stereotipi, il clima, il cibo. C’è anche la lontananza dal luogo natio e dagli affetti.
Per quanto riguarda il primo punto, i pregiudizi ci sono ovunque, ma bisogna saper sfruttare quelli positivi – lavoratori, grande preparazione teorica, simpatia innata – e cercare di annullare quelli negativi – sciupafemmine o ‘fimminàri’, schizzinosi sul mangiare e sul caffè, etc.
Oggi come oggi, grazie a Dio c’è la tecnologia che aiuta a ridurre le distanze (Skype e voli low cost in primis) e permette di accedere ad un numero praticamente infinito di ricette (giallo zafferano rules)!
Secondo assioma. La vita da specializzando è difficilissima OVUNQUE. Credo comunque che si possa migliorare un pochino.
Di conseguenza ho stilato un elenco di consigli in dieci punti che potrebbero fare caso a molti dei colleghi che si accingono ad iniziare la specializzazione nella terra di Goethe.
- Accettate il vostro ruolo.
Prendetevi un momento e riflettete. Siete Assistenzärzte in Germania. Vi assumete la responsabilità dei pazienti e prendete difficili decisioni mediche ogni santo giorno. Ma ricordate: all’inizio e per molto tempo sarete l’ultima ruota del carro. In ospedale ci sono medici e infermieri che lavorano là da moltissimi anni: siate umili e ascoltate i loro pareri e i loro consigli.
- Fidatevi del vostro istinto.
Avete studiato per anni su lunghissimi trattati che i colleghi teutonici si spaventano a solo pronunciarli. Due per tutti: il “Gray” e il “Robbins”. Abbiate fiducia in voi stessi e valutate il paziente: “Quali parametri non sono nella norma?”, “Quali potrebbero essere le cause dei sintomi?”. Spesso la prima intuizione è quella giusta. La pratica si può sempre migliorare.
- “Aiutati che Dio ti aiuta”.
Nessuno si aspetta da voi che sappiate fare tutto da soli dal primo giorno. La domanda da fare in reparto in questi casi è: “come fate voi di solito?”. I reparti sono pieni di protocolli e algoritmi diagnostici e terapeutici di ogni genere. I vostri migliori colloqui li farete con i colleghi più anziani.
- Chiedere, chiedere, chiedere!
Se avete domande, non esitate a chiedere a chi ne sa più di voi – infermieri, Oberarzt, segretarie – ma cercate di essere chiari e di spiegare bene la situazione. Se il vice-primario è in sala operatoria o è sera tardi e volete chiamare l’Hintergrunddienst Arzt (cioè il medico di sostegno), decidete se è davvero un’urgenza e cercate di riassumere in poche frasi il caso.
- Avere pazienza con sé stessi.
Capisco che si abbia voglia di imparare e di fare sempre di più, ma ciascuno di noi ha una propria curva di apprendimento. Quindi osservate ciò che fanno gli altri colleghi, prendete appunti e la prossima volta cercate anche voi di effettuare qualche procedura.
- Le “quotidianità” non sono la fine del mondo.
Ci sarà sempre un paziente che si lamenta, un errore in una lettera, uno scazzo con lo Chef. Si sbaglia, è normale, siamo essere umani. Nonostante alcuni colleghi si credono super uomini, in realtà fanno errori anche loro, solo che li sanno nascondere meglio o, nel caso del primario, con più stile.
- Non fissarsi troppo con le lettere.
Le lettere sono una croce per tutti, autoctoni e non. Per fortuna su internet si trovano diversi esempi di lettere e i programmi che si usano in ospedale danno dei Muster base per ogni tipo di patologia con cui avrete a che fare. Prima o poi riuscirete anche voi a collezionare delle frasi o capoversi da “copiaincollare” nelle vostre lettere. Siate fiduciosi!
È il punto più difficile, lo so. Molto spesso i colleghi abitano in altre città o sono sposati e quindi coinvolti in altre faccende. Il mio consiglio è: cercate amicizie al di fuori dell’ospedale! Corsi di lingua, di cucina, di arte…c’è l’imbarazzo della scelta.
- Nessuna paura delle emergenze.
La nostra più grande paura è quella di far male ad un paziente a causa di una nostra svista o una procedura non fatta correttamente. La realtà è che non è così facile: i capi e i colleghi non ci metteranno mai in questo tipo di condizioni. Poi può capitare che, anche se diamo il massimo di noi stessi, la gente muore senza alcun motivo apparente, ad esempio nel sonno. Abbiamo i nostri limiti.
Ultimo ma non il punto meno importante. Cercate di dormire il più possibile e mangiate sano. I giorni liberi uscite, viaggiate e divertitevi. So che sono banalità, ma è la verità. La vita è già complicata di suo, non c’è bisogno di martirizzarvi ulteriormente. Vogliatevi bene!
Gian Marco